Miriam Novitch, 1908-1990

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Miriam aveva una rete di amici in tutta Europa che, nel suo girovagare da una capitale ad un’altra, la stimavano e l’accoglievano. Nel 1977, la nostra casa di via Vincenzo Monti a Milano divenne la sua base d’appoggio locale. La portinaia la conosceva, sapeva che era mia amica e quando si presentava con la sua valigetta, il suo immancabile capellino di velluto nero, pallida e stanca, le dava le chiavi e la faceva salire. Talvolta quando rientravamo in casa, mio marito Shimon e io, vedevamo le sue scarpe nel corridoio e capivamo che era arrivata, che era stesa sul letto al buio, sfinita, di ritorno da una delle sue imprese e non la disturbavamo.

In quei tempi, dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine della guerra fredda 1989-1991, nella nostra Europa, c’era la cosiddetta cortina di ferro, una linea di confine completamente sigillata, che divise in due zone di influenza il continente. Nei Paesi dell’Est non ci potevi andare se non per casi specialissimi e se avevi giustificazioni sufficienti per affacciarti in quelle contrade.

Miriam, invece, non so come, ci riusciva: con pazienza, con testardaggine voleva tornare nei Paesi che avevano visto i massacri di ebrei: l’Ucraina, la Bielorussia, la Lituania, l’Unione Sovietica, per cercare di raccogliere le prove di ciò che era accaduto per mano nazista tra il 1941 e il 1945, prove dagli stessi tedeschi fisicamente occultate e, in seguito, ri-occultate ideologicamente, per ragioni di propaganda dai responsabili politici dell’epoca. Miriam girava per quei Paesi portandosi beni di consumo che in Occidente avevamo tutti a portata di mano: calze di nylon, caffè, pappe precotte per i bambini. Li usava come merce di scambio per una fotografia, per un oggetto dissepolto dalle fosse comuni, per un documento tedesco. Un giorno arrivò a casa nostro tutta tremante, priva del cappotto. Le chiesi che cosa era successo: “l’ho lasciato in Bielorussia”, mi rispose, “tra questo disegno prodotto in un ghetto e il mio cappotto, ho preferito il primo”. “Ora dammi tu un cappotto”. Davanti a tanta abnegazione, chi glielo avrebbe negato?

Lavorava senza sosta.  Se il suo kibbutz, Lohamei Haghettaot in Galilea, ha oggi un bellissimo museo di arte prodotta in condizioni estreme dalle vittime, lo dobbiamo soprattutto a lei. Proveniva da una cittadina della Bielorussia, e aveva contribuito a fondare quel kibbutz nel 1949, assieme ad una comunità di sopravissuti alla Shoah che vollero chiamarlo appunto così, una locuzione ebraica che significa: “I combattenti del ghetto”.

E non solo il nome di quel luogo, ma le persone che lo abitarono e i loro figli che lo abitano tuttora, sono il simbolo di quanto la memoria sia feconda e che da quella possa nascere il riscatto dal dolore e dall’umiliazione. Un vero salto verso il futuro.

Miriam compì anche molti studi sullo sterminio degli zingari sotto il nazismo e pubblicò parecchi studi.

Nel 1979, concepì una mostra di dipinti, acquarelli e disegni prodotti da ebrei in prigionia in procinto di morire. Alcuni degli autori erano professionisti veri e propri, altri erano dilettanti, le loro opere furono scovate da Miriam stessa in nascondigli, sotto terra nelle foreste, fra mucchi di cadaveri, fra macerie e riportati alla luce: resistenza spirituale lei chiamò questa attività artistica. Di quella bella mostra che si svolse alla Biblioteca Trivulziana a Milano, io fui l’autrice dell’esposizione, del catalogo e della ricostruzione del contesto storico, l’architetto Bruno Zevi tenne una memorabile prolusione.

Liliana Picciotto, 2024 

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